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Aricoli taggati con "vini italiani"

  • Bolgheri vino rosso Toscana Bolgheri vino rosso Toscana

    Vini Italiani

    Bolgheri, vino rosso, ma non solo, viaggiando in Toscana

    Scritto da 6 gennaio 2018

    Siamo a Bolgheri, frazione di Castagneto Carducci, nel cuore pulsante della Maremma livornese. Si sa, ma ci piace ribadirlo: la Toscana, in fatto di enogastronomia, la sa lunga. Sa come coccolare i suoi avventori, sa stupirli negli occhi, nel cuore, nello stomaco e nei pensieri. Sa prendersi cura, con cose belle e buone, delle gambe che la percorrono e delle bocche che la assaggiano. Bolgheri non è solo il suo Castello medievale, non è solo la poesia di Giosuè Carducci, non è neanche solo il Viale dei Cipressi e nemmeno solo le sue chiese e il Rifugio faunistico; è terra di vino, di vini, di rossi morbidi e sinuosi come la Maremma, ma anche di bianchi e rosati, come i tramonti. Un territorio che grazie alle sue caratteristiche climatiche e morfologiche ha saputo accogliere e ospitare i vitigni del Cabernet Franc, del Petit Verdot, del Merlot e del Cabernet Sauvignon. Quella di questa piccola frazione toscana col vino è una storia d’amore a pieno titolo, fatta di presenze importanti e di legami solidi e romantici, tanto da avere la denominazione Bolgheri DOC che include i famosi: Bolgheri rosso Bolgheri rosso superiore Bolgheri Sassicaia Bolgheri Sauvignon Bolgheri Vermentino Bolgheri bianco Bolgheri rosato Il rosso viene prodotto esclusivamente nel comune di Castagneto Carducci, così come il Sauvignon e il rosato. Appannaggio del territorio provinciale di Livorno sono invece il rosso superiore, il Vermentino e il bianco. Una nota speciale invece per il Sassicaia, perla del territorio, uno dei vini italiani più rinomati, che viene prodotto esclusivamente in una particolare area del comune di Castagneto Carducci dalla Tenuta San Guido, unica a possederne i vigneti nell’area della DOC. Ecco, sì, se fossi un vino italiano, sicuramente mi piacerebbe essere un Sassicaia. Rossa lo sono già, spero solo di migliorare invecchiando. Buon weekend a tutti, bevete cose buone. .....

  • Vini Italiani

    Scopriamo il vino rosso marchigiano Conero

    Scritto da 22 dicembre 2017

    Oggi andiamo alla scoperta di una delle DOC italiane prodotte nella provincia di Ancona: il vino rosso marchigiano Conero. Terra bagnata dall’Adriatico e impreziosita dal Monte Conero che si eleva a circa 570 metri sul livello del mare, la regione delle Marche non è solo custode di succulente prelibatezze gastronomiche, ma si fa portavoce di un vino rosso il cui colore ben si abbina alle tavole e ai menu natalizi. Il vino rosso marchigiano Conero è un vino dai meravigliosi riflessi violacei rubini che sprigiona eleganti sentori di frutta nei quali si distinguono nettamente la ciliegia selvatica, la prugna e i frutti di bosco per chiudersi poi olfattivamente con note di liquirizia e tabacco. Anche il suo sapore risulta fruttato e se ci stupisce con una personalità e una persistenza marcate, non è certamente una sorpresa ritrovare il gusto dei frutti che ci lascia sentire a un primo incontro, per poi lasciare al palato un leggero sapore pepato e di fichi secchi. Il Rosso Conero è un vino tannico dalla gradazione di 11,5% che nasce da vitigni di Montepulciano e Sangiovese, un vino che quindi ben si abbina ai ricchi menu della tavola di Natale che vedono carni e arrosti come sovrani indiscussi. La DOC risale al 1967, mentre la DOCG del Rosso Conero Riserva gli è stata riconosciuta nel 2004. Se fino a non molto anni fa questo vino era conosciuto per lo più dagli autoctoni e dagli addetti ai lavori, oggi è protagonista di un prezioso lavoro di promozione che l’Associazione I Vignaioli del Monte Conero effettua durante tutto l’anno per diffondere l’operato delle aziende vitivinicole che producono questo prodotto realmente sorprendente. Certamente uno di quei vini da poter regalare a Natale se ancora non avete spuntato tutta la vostra lista. Noi ve lo consigliamo assolutamente, anche per un piccolo cadeau romantico se passerete le feste a due. .....

  • proverbi sul vino proverbi sul vino

    Curiosità

    Proverbi sul vino, una degustazione di storia

    Scritto da 6 novembre 2017

    Solcando i grandi mari della storia della nostra civiltà praticamente da sempre, era scontato che le storie umane si riempissero di proverbi sul vino che altro non sono se non il frutto dell’esperienza millenaria di tutti quegli uomini che il vino lo hanno fatto, bevuto, ringraziato e amato. Oggi mi sono divertita a sbirciare un po’ tutte queste storie e il risultato è stato un bellissimo bagno in un tino enorme, profumato e stracolmo di avventure, esperienza e saggezza popolare. Ecco così che vi propongo una degustazione di storia attraverso i più popolari e curiosi proverbi sul vino così che non rimaniate mai a bocca asciutta. Chi vuole tutta l’uva non ha buon vino. Dove regna il vino non regna il silenzio. Amicizia stretta da vino non dura da sera a mattino. Chi vuole molto mosto, zappi la vigna d’agosto. Chi vuole l’uva grossa, zappi la proda e scavi la fossa. Bevi del buon vino e lascia andare l’acqua al mulino. L’acqua fa male il vino fa cantare. Quando la barba fa bianchino, lascia la donna e tieni il vino. Vin vinello,tu sei rosso e bello, l’estate stai in cantina al fresco e l’uomo fai parla’ mezzo tedesco. Dopo il dì di Sant’Urbano più non gelano tralci e grano. Se piove per San Vito, il vino se n’è ito. Quando di marzo la notte tuona, la vendemmia sarà buona. Se la vite fiorisce d’aprile, non sperar di riempire il barile. Il vino che si pasteggia non ubriaca. Pane di un’ora e vino di un anno. Al fico l’acqua, alla pera il vino. Tegame o fiasco asciutto rotean l’umore al brutto. Carne e vino ti fan rosso, l’acqua sola ti scava l’osso. Per fare un amico ti basta un bicchiere, per conservarlo non basta una botte. Alla vigna e alla sposa manca sempre qualche cosa. Una bona sborniatura tutt’al più tre giorni dura. Visto più volte il fondo di un bicchiere, pure chi non sa nulla dà ‘sto parere. Il vino è come l’amore: scalda la testa e il core. Non ti mettere in cammino se la bocca non sa di vino. Riempi il bicchiere se è vuoto, svuota il bicchiere se è pieno. Non lo lasciare mai pieno, non lo lasciare mai vuoto. Un po’ di vin lo stomaco assesta, troppo rovina stomaco e testa. Nasce il riso in acquitrino ma a morir vole nel vino. E voi conoscete altri proverbi sul vino? Qui siamo curiosissimi! .....

  • primo appuntamento quale vino scegliere primo appuntamento quale vino scegliere

    Cantine

    Primo appuntamento, quale vino scegliere?

    Scritto da 20 ottobre 2017

    Nel meraviglioso, insondabile, eterno, ammaliante e roboante mistero dell’amore tra appassionati di vini, esiste un’imperitura incertezza: il primo appuntamento. Cioè, non solo tra appassionati di vini, è così per tutti, ma per gli enocorteggiatori la scelta di cosa bere per far definitivamente capitolare qualcuno pare essere di vitale importanza. Più della ceretta o del profumo perfetto, sì. Tutti la immaginano, tutti la sognano; la prima cena è l’apostrofo succulento tra le parole ce l’ho fatta. E se ai comuni mortali questo momento fa solo sentire le farfalle nello stomaco, gli enocorteggiatori si scervellano per settimane sul vino da abbinare a quelle farfalle. Mamma mia, che fatica. Non bastava traumatizzarsi davanti allo specchio perché quel vestito tira sui fianchi declamando tutti i santi patroni delle borgate in cui sono presenti vigne, no, non bastavano i capelli increspati come dopo una gita all’alba tra i vigneti, no, gli enocorteggiatori soffrono per giorni et giorni ingobbendosi su imponenti guide alla ricerca del vino perfetto per il primo appuntamento. Calmiamoci tutti, coraggio. Respiriamo, su. Lui o lei ha detto sì, come l’uomo del monte, già è una cosa positiva coi tempi di follia dilagante che corrono. Avete deciso dove andare per questo primo appuntamento? Bene, quindi già sapete a grandi linee cosa mangerete di buono e più o meno potete farvi un’idea del vino da scegliere, soprattutto se già conoscete la carta. E questa è una cosa ancora più positiva. Per le dritte generiche, i miei consigli sono una banalissima ma efficace bolla per iniziare. Mollate quelle fisse da champagne, abbiamo il Prosecco e il Franciacorta che ci salveranno l’aperitivo e il volume del gas delle bolle fa sentire prima quel senso di spensieratezza e relax. Per non sbagliare, potete scegliere anche un istrionico Chardonnay, che stimola sempre piacevoli risatine vezzose, come il Gewurztraminer, che vi consentirà di giocare a chi sbaglia prima la pronuncia dopo il secondo calice. Se poi vi piace tantissimo guardarvi e sperimentare emozioni forti, un bianco assolutamente da considerare è il Mare di Benvenuto, un bianchetto intelligente e affascinante da ben 14% fatto da 50% zibibbo e 50% malvasia, quante capriole, ragazzi miei. Sui rossi non ho grandi dubbi: Chianti, Barolo, Syrah e sto. Anche se uno Stupor Mundi di Carbone Vini può essere un compagno di viaggi niente male, l’Aglianico del Vulture poi si sa, fa raccontare tante cose belle. Adesso però scusatemi, sono ripetitiva, lo so, ma non posso non consigliarvi uno dei miei vini da corteggiamento mai più senza: l’Alicante di Cataldo Calabretta, il vino color tramonto, che è una cosetta niente male da potervi giocare verbalmente, vi concedo di copyright dato che lo scopo è giusto. Siete un po’ più rilassati ora? Godetevi la serata, ragazzi, le magie non capitano mica così spesso. Così come i primi appuntamenti. .....

  • girelle di tramezzini girelle di tramezzini

    Abbinamento Cibo/Vino

    Aperisfizi: girelle di tramezzini

    Scritto da 14 ottobre 2017

    Io amo i tramezzini. E si vede. Sono una di quelle cose che mi ingolosiscono davvero tanto (e si vede) e che mi piace preparare con gli ingredienti più disparati. Certo è che a lungo andare possano un po’ venire a noia (non è vero) e si cerchi un modo per reinventarli e per dargli un look più originale (ma che stai a di’). Partendo da questo presupposto e considerando che mi piace giocare con gli ingredienti, soprattutto se si tratta di piatti unici e sfizi vari (ho fame), ho provato a cambiare d’abito il classico tramezzino trasformandolo in girella salata. Vediamo come?  Come sempre, ribadisco che non sono una food blogger, che spesso posto ricette da me rielaborate senza criteri scientifici e che, come in questo caso, può succedere che non sappia indicarvi le dosi perchè vado fino ad esaurimento scorte. Insomma, finchè ho ingredienti, farcisco girelle.  Per le girelle ho usato due ripieni, uno fatto con ricotta e spinaci e l’altro con tonno e maionese. Cose da chef stellato ‘nsomma. Per preparare il primo, sbollentate gli spinaci, strizzateli, sminuzzateli, uniteli alla ricotta, amalgamescion, aggiustate di sale e aggiungete del formaggio a micropezzetti, se vi piace, o del parmigiano grattugiato. Ancora amalgamescion e stop. Per la farcia al tonno, il procedimento è un po’ più complicato. Dovrete aprire le scatolette, scolarlo, versarlo in una ciotola e amalgamescion con la maionese. Una botta di genio proprio. Con un matterello (o con il rotolo della pellicola, sì l’ho fatto), assottigliate un po’ le fette di pane per tramezzini, cercando di non romperle. Spalmate quindi su alcune la farcia agli spinaci e su altre quella al tonno, arrotolate dal lato corto, avvolgete ciascun rotolo nella pellicola e lasciate riposare in frigo per almeno due ore. Tagliate e mangiatene tutti. Siamo su un blog che racconta i vini però e mi è d’obbligo, piacevolissimo direi, consigliarvi di rallegrare il vostro aperitivo del sabato abbinando a queste girelle di tramezzini un gioiosissimo Chardonnay, ma se proprio avete qualche riserva, si spera in cantina, leggete cosa Tiziana ci racconta sui vini da aperitivo. Buon weekend a tutti e siate felici. .....

  • Cinque Quinti Cinque Quinti

    Cantine

    Cinque Quinti: a tempo di vino

    Scritto da 16 settembre 2017

    Il vino può avere un tempo? Nel caso di Cinque Quinti penso proprio di sì. Un ritmo fresco, giovane, gioioso quello di Fabrizio, Martina, Michele, Francesca e Mario, i cinque fratelli Arditi – di nome e di fatto, passatemi la forse banale precisazione – che hanno preso in mano le redini dell’azienda di famiglia nata quattro generazioni fa espandendola e ritmandola come solo l’entusiasmo di chi ama qualcosa può fare. Nel 2016 Fratelli Arditi diventa Cinque Quinti nel meraviglioso spazio di cento ettari nel Monferrato, a Cella Monte, di cui circa la metà sono coltivati a Barbera, Cortese, Grignolino, Pinot Nero, Arneis, Bonarda, Nebbiolo, Cabernet Sauvignon, Chardonnay, Syrah, Freisa e Dolcetto. Sono entrata in contatto con Martina sui social che, insieme a Francesca, si occupa del digital e della comunicazione di Cinque Quinti, abbiamo chiacchierato e mi ha proposto la degustazione del loro vino da tavola rosso. Ecco, preciso subito una cosa: sdoganiamo per favore questa cosa dei “vini da tavola” e togliamoci un po’ di spocchiarella, perché quello che ho assaggiato è un vino che non ha nulla da invidiare a prodotti più blasonati e vestiti a festa. Il vino rosso da tavola Cinque Quinti, di uve 100% Barbera della vendemmia 2015, prodotto in 750 bottiglie, è un vino di quelli che si bevono davvero piacevolmente. Riempie ma non invade, ha corpo ma non risulta pesante, profuma molto ma non disturba, 14% vol che si sentono ma che non ammazzano. “Soccia che buono!“, si direbbe qui a Bologna, e in effetti è un vino che appena lo assaggi ti viene da dire proprio “Chebbbuono!“, con tre B perché è così che è. Friccicarello, morbido, profumato, chiacchierino e conviviale. Un vino perfetto per un tagliere di salumi e formaggi, per una bruschettata, per un aperitivo rinforzato. Metto anche lui nella mia lista dei vini “da corteggiamento”. Ché quel colore lì, è proprio quello del “Mi fai arrossire…“. .....

  • Greco Bianco di Lucà Greco Bianco di Lucà

    Abbinamento Cibo/Vino

    Il Greco di Bianco Lucà raccontato da una ciambella limone e mandorle

    Scritto da 1 settembre 2017

    Il Greco di Bianco Lucà è stato una delle belle sorprese di queste vacanze che ormai sono finite, ma non del tutto finché ho storie da raccontare e ricordare. La Calabria, quella degli ultimi anni, è l’esempio di una terra aspra e per molti impenetrabile che sta vivendo una rinascita enogastronomica di altissimo livello. Complici le nuove generazioni di creativi del gusto che stanno lavorando nelle fucine e nelle cucine del buono, questa punta di “terra di dove finisce la terra” riserva grandi privilegi che non sono più solo quelli della ‘nduja, della cipolla rossa di Tropea e del peperoncino, ma anche dei vini, delle stelle e dei prodotti riscoperti dai giovani briganti di una rivoluzione meravigliosa e attiva. Siamo a Bianco, in provincia di Reggio Calabria e il Greco di Bianco Lucà è certamente una delle punte di diamante di questo percorso lungo le spiagge e le montagne brulle e bruciate seppur verdi e rigogliose. Parliamo dell’unico passito DOC calabrese nato da terreni calcareo argillosi le cui uve, poste al sole della controra del sud, vengono coccolate dal caldo affinché possano maturare picchi di zuccheri e profumi che caratterizzano questo vino al naso e al palato. Adatto alla pasticceria secca meridionale, carica in dolcezza, come i pasticcini di pasta di mandorle o i biscotti declinati nelle varie preparazioni ai fichi, non si tira naturalmente indietro davanti a un tagliere di formaggi stagionati che piccano leggermente e si scontrano con la sua zuccherina chiacchiera. Il suo è il colore del sole di tardo pomeriggio, quello che si posa sulle rocce popolate dai fichi d’india. Si distingue per una personalità indubbiamente decisa ma dolce e riservata, proprio come la gente dei meridioni del mondo. Degno di nota il packaging, raffinato e di gusto, diverso dai soliti passiti. Se dovessi proporlo alla fine di una serata tra amici, magari lo farei degustare assieme a questa ciambella limone e mandorle che sprigiona tutto il sud che prima o poi a tutti capita di incontrare. Vi lascio la ricetta, perché penso che dovreste proprio prepararla se vi va di coccolare qualcuno. CIAMBELLA LIMONE E MANDORLE 3 uova 1 vasetto di yogurt al limone (o bianco) 3 vasetti di farina 2 vasetti di zucchero 1 vasetto di olio di semi 1 fialetta di essenza di limone la scorza grattugiata di un limone 1 bustina di lievito lamelle di mandorle a piacere per ricoprire la superficie Il procedimento di preparazione è simile a quello di tutte le altre ciambelle e come potete intuire questa non è altro che una delle mille varianti della famosa base della torta sette vasetti. Montate le uova con lo zucchero e via via aggiungete tutti gli altri ingredienti finendo con lievito ed essenza. Imburrate e infarinate la teglia e cuocete a 180° fino a doratura, vale comunque sempre la prova dello stecchino. Adesso è il momento di un brindisi. Alla buona vita. E alle buone viti.   .....

  • malvasia passito cataldo calabretta e mousse al cioccolato malvasia passito cataldo calabretta e mousse al cioccolato

    Abbinamento Cibo/Vino

    Malvasia Passito Cataldo Calabretta per un dolce a sorpresa

    Scritto da 25 luglio 2017

    L’amore ha molte forme. Una di queste è senza dubbio, per me, l’abbinamento vino e cioccolato. Una forma d’amore che si concretizza con il Malvasia Passito Cataldo Calabretta bevuto centellinando una mousse al cioccolato nata da una ricetta provata a caso. Bisogna essere veri golosi per un’esperienza del genere. Un momento che nulla ha a che fare con le diete e molto invece col piacere di un attimo in cui ci si concede molto. Non è questa poi forse l’essenza stessa del piacere? Delle cantine Cataldo Calabretta avevo già parlato in questo post. Raccontavo dell’Alicante, un vino color tramonto. E cosa ci riserva la natura dopo il tramonto? Le sere, le notti, le conclusioni, le fini che sono un po’ anche inizi. Immaginate una cena, una temperatura gradevole e il friccicore di un bell’attimo. Arriva il momento del dolce. Avete pensato a tutto. L’abbinamento, il cioccolato, un passito. La mousse è un dolce soffice, scioglievole, tenero eppur caparbio. Lo è anche il passito. Sono gli zuccheri, testardi che non sono altro. Il Malvasia Passito Cataldo Calabretta vive perfettamente a suo agio il proprio contesto di nascita. Un vino del sud che incarna tutte le caratteristiche di un territorio forte e antico. Sa di frutta, di quei fichi secchi che fanno parte della tradizione meridionale e che ogni famiglia conserva nelle proprie dispense; sa leggermente di quel miele che ricopre i dolci di ogni meridione per incrociare i meridiani della nostra vita. Ha il colore delle ampie terre arse dal sole quando incontrano la luce della controra. Ha la resistenza delle braccia di chi cura le vigne e torna a casa sfinito ma felice. Ho amato questo vino subito, forse perché era anche una sera felice. Poi la mousse. Questa mousse al cioccolato nasce dall’esigenza di preparare un dolce senza glutine, senza lattosio e senza zuccheri aggiunti. Roba che uno dice fai senza tanto sei triste comunque. “E invece no!” (cit.), qui cose tristi non ne vogliamo. Siamo gente per piaceri forti, robusti e di coriacea costituzione. La sua semplicità è disarmante, quindi sentitevi pure liberi di mandarmi a cucinare altrove sottolineando che non mi sono inventata proprio un bel niente. Dosi per 8 persone molto golose: 500 g di cioccolato fondente (controllate che non vi siano eventuali tracce di glutine se preparate il dolce per una persona celiaca) 500 g di panna senza lattosio e senza glutine (panna, sì, la chiamo panna comunque) 6 uova 2 fialette di aroma al rhum Montate la finta panna e tenetela da parte. Fondete poi il cioccolato, versatelo in una ciotola e aggiungete un uovo alla volta montando sempre sempre sempre con le fruste a velocità minima sennò vi si fa una palla in cemento armato. Una volta finite le uova, aggiungete la panna a cucchiaiate girando, come ci ha insegnato Wilma De Angelis, dal basso verso l’alto. Quando avrete finito pure questa operazione, versate le due fialette di aroma al rhum e date una montata al tutto con le fruste elettriche, tipo per 2-3 min. La mousse è pronta e voi, se proprio siete pigri e svogliati, vi siete cavati l’impiccio del dolce in 15 minuti e tre ingredienti. E col Malvasia Passito Cataldo Calabretta,che basterebbe comunque da solo a dare la buonanotte. Presentatela come più vi piace, in quella della foto io ho messo biscotti sbriciolati e Nutella, potete anche trasformarla in un semifreddo mettendola in uno stampo di quelli carini in silicone e togliendola dal freezer un paio d’ore prima di servirla. Sarà buona comunque, perché tutte le cose buone hanno il potere di esserlo anche se le chiami tiramigiù (che ti do un bacio). .....

  • Karmis Contini al Caffè Libarium Karmis Contini al Caffè Libarium

    Cantine

    Primavera? Un Karmis Contini al Caffè Libarium

    Scritto da 18 luglio 2017

    Un pezzo di cuore. Così posso definire Cagliari. Un pezzo di cuore da qualche settimana colorato anche dal panorama di cui mi sono riempita gli occhi bevendo un Karmis Contini al Caffè Libarium insieme alla mia amica Federica. L’occasione era molto femminile e frou frou. Presentavo al Ferai Teatro i miei monologhi sull’amore e le sfighe del cuore accompagnata da Federica, appunto, e Max Di Nicolantonio, blogger cagliaritano. L’occasione era quella del cuore anche perché ho rivisto vecchi amici, incontrato i nuovi che si sono affacciati sul mio cammino e ho diviso con loro la gioia di questo calice a sorpresa. Io non sono solo una che abbina il vino al cibo. Io abbino il vino anche alle stagioni, ai momenti, quelli del cuore e quelli dell’anima. Abbino il vino ai colori, al paesaggio, naturalmente preferendo i matrimoni locali. Calici e buoi dei paesi tuoi, quella cosa lì. Non avevo mai bevuto il Karmis Contini. Me lo ha fatto scoprire Federica la sera prima del Libarium, benedetta ragazza, che ha pure sopportato la mia richiesta del “Andiamo in un posto instagrammabile“. Partiamo da un vezzo: il Karmis ha un packaging davvero femminile, che mi pare bello quando si esce tra ragazze che non solo want to have fun, ma anche fame. Anche il suo nome è declinato al femminile. Karmis infatti vuol dire vite, ed è anche il nome con cui sin dall’antichità viene chiamata la zona delle vigne tra Cabras e Baratili. Karmis è un IGT – Tharros ottenuto dalla vinificazione di uve di Vernaccia e Vermentino. Paglierino, piuttosto carico, leggermente tendente al verde in quanto prodotto da raccolte precoci. Profumato, tantissimo, di frutta e mare, di terre fiorite e calde, lievemente agrumato. L’appeal salmastro si ritrova nella sua leggera sapidità che al palato diventa morbida. Per me è uno dei vini della primavera. Di tutte le primavere e di tutte le prime vere volte della leggerezza e della spensieratezza. Delle cose belle, soprattutto. Se vi capita di passeggiare per Cagliari, e ve lo consiglio davvero tanto tanto, fermatevi al Libarium. Andateci in primavera, sedetevi nel dehor, scegliete delle persone che vi rendano felici, guardate la città dall’alto e brindate con un Karmis Contini, stuzzicate uno dei loro piatti, sorridete, ridete e riempitevi gli occhi di questa città che sale e scende, come le emozioni. Ci sono molte cose belle nella vita, questa è certamente una. .....

  • Moscato di Scanzo Azienda Agricola Biava Moscato di Scanzo Azienda Agricola Biava

    Abbinamento Cibo/Vino

    Moscato di Scanzo e torta al vino: tête-à-tête d’autunno

    Scritto da 11 luglio 2017

    Immaginate: l’aria fresca d’autunno, una serata quasi indolente, una bottiglia di Moscato di Scanzo e una succulenta torta al vino rosso che profuma di cannella. “Celeste è questa corrispondenza d’amorosi sensi”, avrebbe detto il Foscolo. Autunno, arriva presto, qui si devono realizzare tali visioni. Torniamo alla realtà. Fa caldo, molto, siamo a Bergamo, a Scanzorosciate per la precisione e l’Azienda Agricola Biava ci ospita nell’ambito di un blog tour organizzato per la quinta tappa del progetto formativo #inLombard1a dedicato alla promozione e alla digitalizzazione turistica. Davanti a noi il totalizzante verde delle vigne, dietro di noi la ripida salita fatta per arrivarci. Dettagli. Una visita nelle cantine guidati da Manuele, entusiasta titolare, un pranzo vista paradiso a base di salumi e casoncelli accompagnato dai vini Guelfo e Ghibellino, una ridanciana breve partita a biliardino – ché non si dica che i blogger siano troppo presi dai social – e poi lui, il Moscato di Scanzo. Lo aspettavamo, questo prezioso calice. Seppur con la sensualità quella bella sudata fatta in salita per raggiungere l’azienda non c’entri nulla, è proprio questa la parola che più mi fa pensare a questo vino. Già di per sé trovo che i moscati siano vini dotati di un certo sex appeal, ma questo, ragazzi, davvero è irresistibile. Un passito ottenuto da uve di moscato, appunto, La più piccola DOCG d’Italia. Sexy nel colore, quasi pompeiano arrugginito. Catalizzante nel profumo, che sa di mora ma anche di rosa, che sa anche “di chiesa”, come mi verrebbe da dire. Sacro, come l’incenso bruciato. Quel profumo che non chiede il permesso, come dovrebbero fare tutti gli amanti. Resta, non va via. Quando penso al Moscato di Scanzo, penso a una torta che fa parte della tradizione dolciaria della mia famiglia. Una torta che pare sia tedesca ma anche campana, forse un po’ svizzera ma sicuramente incommensurabilmente buona. La torta al cioccolato e al vino rosso è stato il dolce che ha accompagnato tutti i miei compleanni a scuola, e pure quelli delle mie sorelle. E dei nostri amici, che avevano imparato a chiederci proprio quella a ogni occasione possibile. A me sembra perfetta per accompagnare questo moscato. Vi lascio la ricetta, fatene un uso amorevole, è un pezzo di cuore. Torta al vino rosso 250 g di farina 250 g di zucchero 250 g di margarina 4 uova 125 ml di vino rosso 200 g di cioccolato fondente 2 cucchiai di cacao amaro 1 bustina di lievito vanigliato cannella a piacere Il procedimento è simile a quello per preparare le classiche torte da forno. Si montano le uova con lo zucchero, si mischiano le polveri. Alle uova montate si aggiungono poi il cioccolato e la margarina fusi, il vino, pian piano le polveri sempre amalgamando e alla fine il lievito e la cannella. Si imburra e si infarina la teglia e si inforna quindi a 180° per almeno 30 minuti. Vale sempre in ogni caso la prova dello stecchino, ché ogni forno fa un po’ come gli pare. Se avete tempo, preparate la torta il giorno prima di mangiarla. Come tante cose belle e buone, ha bisogno di un po’ di tempo per dare il meglio di sé. Vi renderà felici, ne sono certa, come ha reso felice me, i miei cari e tutte le persone che negli anni l’hanno mangiata con noi. Ps: grazie per la foto Vitaliy Yarosh, sei troppo bravo! .....

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