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  • Poggio al Grillo Poggio al Grillo

    In giro per cantine: Poggio al Grillo e il suo Rosatico

    Scritto da 17 dicembre 2017

    Oggi, nel nostro viaggio alla scoperta delle Cantine Italiane, incontriamo Poggio al Grillo. L’azienda vinicola sorge nel cuore di Castagneto Carducci, un piccolo e affascinante borgo adagiato in cima alla collina in provincia di Livorno, in Toscana. L’avventura è nata un po’ per gioco e un po’ per curiosità nel 2008, con l’impianto dei primi 5000 metri di vigneto, a cui si sono aggiunti altri 5000 metri nel 2011. Folgorato dai profumi dell’Aleatico passito, Alessandro Scalzini si è lanciato nel mondo del vino e anche grazie ai consigli dell’amico Luca D’Attoma, ha iniziato a prendersi cura della vigna nel tempo libero dalla sua professione di cardiologo. La passione ha contagiato la figlia minore, Giulia, che dopo un viaggio tra le cantine di Bordeaux ha deciso di intraprendere gli studi in Viticoltura ed Enologia. Come ci racconta Giulia Scalzini: “La nostra è una piccola e giovane azienda. La superficie vitata è di 1,5 ha: quasi tutto Aleatico e qualche filare di Petit Manseng. Produciamo tre vini: Rosatico, un rosato 100% Aleatico da macerazione, un prodotto molto particolare; Rezeno, il nostro passito 100% Aleatico, dal carattere deciso, ma equilibrato ed elegante, e Corvallo, l’ultimo nato della linea (prima annata: 2016), dal curioso incontro tra l’acido e minerale Petit Manseng e il profumato ed elegante Aleatico, in questo caso vinificato in bianco”. Tra i vini che producono il Rosatico è una vera star ed è nato da un esperimento, a quanto pare ben riuscito, grazie al prezioso contributo di Luca Rettondini che ha seguito passo passo l’evoluzione dell’azienda Poggio al Grillo fino ad oggi. Come ci spiega Giulia Scalzini: “Abbiamo provato a vinificare l’Aleatico in versione rosato. Il risultato è un vino profumatissimo, ma anche sapido e dotato di una particolare struttura: insomma, ha un carattere tutto suo! Al naso si presenta elegante ed intenso, con un’ampia e fedele estrinsecazione degli  aromi varietali, in un gioco tra profumi floreali e fruttati, che ben si integrano con note agrumate e minerali. Al palato ha un ingresso fresco e avvolgente, succoso ed equilibrato, ideale come aperitivo, ma anche con primi e secondi di pesce, crostacei, carne bianca… finanche con la trippa!”. Il suo entusiasmo è contagioso e a sentirla parlare così viene voglia di chiederle un calice di questo delizioso vino rosato! Se Giulia dovesse finire su un’isola e avesse la possibilità di portare con sé solo 3 vini non ha dubbi: “Ci vorrebbe qualcosa da bere con il pesce: un buon Riesling della “Mittelmosel”, acido, minerale e succoso, sarebbe perfetto! Se, però, capitasse di imbatterci in un caprone, il Riesling certo non farebbe al caso nostro; ci vorrebbe allora, nell’eventualità, un bel rosso strutturato da abbinare al sapore decisamente più rustico della carne, come un Paleo Rosso o un Grattamacco, per restare in Toscana, un Pinot noir di Pojer e Sandri per volare in Trentino, un evoluto Montepulciano d’Abruzzo di Emidio Pepe, o, senza badare a spese, una bella bottiglia di Château Margaux… infine, per meditare guardando le stelle, la sera, e ricordare il sapore di casa, porterei il nostro passito Rezeno”. Un grazie sincero all’azienda Poggio al Grillo per questa bella chiacchierata, una piccola realtà, ma con una passione coinvolgente! Foto di| Enrico Caracciolo .....

  • cantina maculan cantina maculan

    Cantina Maculan: Santalucia, il vino che “fa bene” alla vista

    Scritto da 15 dicembre 2017

    Si chiama Santalucia ed è il vino, ogni anno diverso e il migliore della produzione, che la Cantina Maculan riserva per sostenere la ricerca della Fondazione Banca degli occhi Veneto Onlus. Trecento bottiglie numerate, una barrique intera che quest’anno ha donato un Cabernet che fa davvero bene alla vista. Quella della Cantina Maculan è ormai diventata una tradizione di amici e famiglia, capitanata da Fausto. L’idea è proprio la sua, con lo scopo di unire l’eccellenza vitivinicola con la ricerca del centro regionale di riferimento per i trapianti di cornea di Veneto e Friuli Venezia Giulia, il più importante per numero di donazioni a livello europeo. Il vino è stato selezionato da sommelier, giornalisti e critici enogastronomici, che hanno assaggiato tutte le barrique dell’annata 2016 della Cantina Maculan. La scelta è ricaduta su un Cabernet Sauvignon. Il vino sarà poi venduto con una donazione minima stabilita dalla cantina, la quale devolverà il ricavato alla ricerca. Il Santalucia è un vino che fa bene alla vista non solo perché la sua vendita supporta ogni anno gli studi della Fondazione ma anche perché il suo packaging riempie gli occhi d’arte con un’etichetta realizzata da un’opera di Graziella Da Gioz. Insomma, eccellenze italiane vitivinicole ma anche artistiche unite per il comune scopo di fare qualcosa di bello e buono. I problemi legati alle cornee sono sempre più frequenti e il Veneto rappresenta da decenni un’importante realtà ospedaliera ma anche di ricerca. Mi è piaciuto raccontare la storia del Santalucia e della Cantina Maculan perché ormai siamo anche a due passi dal Natale e potrebbe essere un’idea bellissima degustare un Santalucia con la propria famiglia finanziando anche la ricerca. Non sarebbe bello? Per info e contatti: Cantina Maculan .....

  • Tenuta Bastonaca Tenuta Bastonaca

    In giro per cantine: Tenuta Bastonaca e il suo Frappato

    Scritto da 10 dicembre 2017

    Oggi, nel nostro viaggio alla scoperta delle Cantine Italiane, incontriamo Tenuta Bastonaca, che prende il nome dalla contrada omonima, in provincia di Ragusa.  Siamo nel cuore della Sicilia e in una delle zone più vocate per la produzione di rossi e bianchi pregiati. L’azienda, che ha sede in un antico palmento del ‘700, è circondata da 16 ettari di viti coltivati ad alberello ed è gestita da Giovanni Calcaterra e Silvana Raniolo, la quale dal 2016 è anche rappresentate della prestigiosa Associazione Nazionale “Le Donne del Vino”, di cui vi abbiamo già parlato a proposito del presidente Donatella Cinelli Colombini. Tenuta Bastonaca è una realtà giovane, ma sia Giovanni che Silvana provengono da famiglie dove il vino si è sempre fatto. L’idea di creare un’azienda tutta loro è nata durante i viaggi per cantine francesi e difatti s’ispira al modello dei piccoli Chateaux d’Oltralpe, dove il cuore dell’azienda è la cantina e tutt’intorno i vigneti allevati ad alberello, lo stesso metodo usato dai nonni. L’azienda segue i canoni del biologico, con la supervisione dell’agronomo ed enologo Carlo Ferrini. Questa scelta comporta molto più lavoro e una resa minore di uva. Come ci racconta Silvana: “Tutto questo si traduce dal punto di vista economico in costi maggiori per l’azienda. Nonostante ciò, riteniamo che sia importante preservare l’ambiente per i nostri figli. La stessa scelta dei fornitori, per esempio, si basa su un concetto di eco-sostenibilità: prestiamo molta attenzione ai materiali forniti.” La Tenuta Bastonaca ha deciso di valorizzare i vitigni autoctoni: il Frappato, il Nero d’Avola, il Cerasuolo di Vittoria (unica DOCG della Sicilia) e il Grillo. Ha anche un vitigno molto particolare, che sta dando grandi soddisfazioni: il SUD. Come ci spiega Silvana: “È il nostro cru nato unendo il Nero D’Avola con il Grenace e il Tannat, una riserva destinata ad invecchiare per diversi anni”. Due anni fa hanno comprato anche due ettari di vigneto a Solicchiata, sull’Etna versante Nord, dove producono 3.000 bottiglie di Etna Rosso DOC. L’azienda possiede anche 5 ettari di uliveto e il loro olio di Carolea è stato inserito nella guida del Gambero Rosso, tra i migliori oli d’Italia. .....

  • Falerio Pecorino Doc di Cantina Bastianelli Falerio Pecorino Doc di Cantina Bastianelli

    Degustiamo il Falerio Pecorino Doc, il “Ribelle” di Cantina Bastianelli

    Scritto da 9 dicembre 2017

    Si chiama “Ribelle” il Falerio Pecorino Doc che andremo a degustare questa settimana: a produrlo è la Cantina Bastianelli, un’azienda situata nelle Marche, tra Fermo e Macerata, i cui responsabili si definiscono per l’appunto “viticoltori di confine”. Un vino che esprime bene il territorio sul quale nasce, essendo il Pecorino originario di Marche ed Abruzzo; anzi questa Doc identifica ancora meglio la zona di Macerata, in quanto il Falerio Pecorino nasce per caratterizzare meglio l’area rispetto alla precedente Doc, il Falerio dei Colli Ascolani. I vigneti dai quali proviene questo Pecorino in purezza sono situati nel Comune di Monte San Pietrangeli (Fermo), su terreni esposti a sud-ovest, caratterizzati da buoni sbalzi termici ed un suolo di tipo argilloso e sabbioso; le vigne sono allevate con il sistema a contro spalliera. La vendemmia viene svolta manualmente nel mese di settembre, quando i grappoli sono portati in cantina dove vengono selezionati e diraspati. L’uva è sottoposta a pressatura soffice, quindi il mosto è separato dalle bucce e messo a fermentare in recipienti di acciaio inox, a temperatura controllata. Dopo un affinamento di nove mesi, il “Ribelle” è pronto per essere imbottigliato e commercializzato con un’etichetta disegnata dall’artista marchigiano Mauro Spinelli, che da tempo collabora con l’azienda vitivinicola. E’ giunto il momento tanto atteso di versare il Falerio Pecorino Doc di Cantina Bastianelli nei bicchieri, possibilmente calici ampi dall’apertura media, ad una temperatura di servizio di circa 10-12°C. Roteando il vino potremo osservare come sia contraddistinto da un colore giallo paglierino carico con decisi riflessi dorati e da una buona densità, come dimostrato dai consueti archetti nel bicchiere. Al naso si sprigiona un intenso bouquet composto inizialmente da sentori erbacei e floreali (camomilla e ginestra), in seguito da aromi fruttati, ad esempio uva bianca, prugna acerba, nespola, fino ad arrivare a lievi profumi di pesca sciroppata e sentori eterei, quando il vino sarà ben ossigenato. In bocca ne percepiamo la struttura ed il buon corpo, le punte di sapidità ed acidità, in verità non troppo invadenti, la morbidezza dovuta al buon tenore alcolico (13,5% vol). Il finale è discretamente persistente, con un leggero retrogusto fruttato. Abbineremo il Falerio Pecorino Doc di Cantina Bastianelli ad antipasti e primi piatti a base di pesce e verdure, a carni bianche o ad un gustoso aperitivo a base di stuzzichini; piacevole è anche l’accoppiata con un bel piatto di fettuccine con pancetta, noci e Parmigiano Reggiano. E’ consigliato non sottoporre questo prodotto ad un lungo invecchiamento in cantina, ma di berlo entro pochi anni dalla messa in commercio, brindando con un caloroso “Alla salute!” .....

  • Villa Poggio Salvi Villa Poggio Salvi

    In giro per cantine: Villa Poggio Salvi e il suo Brunello di Montalcino

    Scritto da 3 dicembre 2017

    Il nostro Belpaese brulica di piccole e grandi realtà vitivinicole e oggi, nel nostro viaggio alla scoperta delle Cantine italiane, incontriamo l’azienda agricola Villa Poggio Salvi, 21 ettari tutti vitati a Sangiovese Grosso. La storia di Villa Poggio Salvi inizia nel ’79, con l’ingegner Pierluigi Tagliabue, che ancora oggi gestisce la Cantina insieme all’aiuto del nipote enologo Luca Belingardi. Insieme si prendono cura dei vigneti, quasi completamente impiantati a Sangiovese, dalle cui uve nascono il Rosso di Montalcino DOC e il Brunello di Montalcino DOC. Come ci racconta Luca, infatti, mezzo ettaro è vitato a Moscato bianco per la produzione del Moscadello di Montalcino DOC, un vino storico della zona. Il Sangiovese ha un legame unico con la Toscana. Come ci spiega l’enologo Luca Belingardi: “Il segreto del Brunello di Montalcino è racchiuso proprio nel suo territorio d’origine, costituito da una sola grande collina, ma dalle diversissime esposizioni, altitudini e terreni, che permettono al Sangiovese di esprimersi con divere sfumature, che si ritrovano poi nelle bottiglie dei vari produttori”. Villa Poggio Salvi, oltre ai vini già citati, produce anche il Brunello di Montalcino DOCG Riserva e il Brunello “Cru” Pomona. Ed è proprio il volto della Pomona, dea romana dei frutti, che si ritrova su tutte le etichette dell’azienda dal 1979 a oggi. Nella tenuta di Monteriggioni invece vengono prodotti il Chianti Colli Senesi DOCG, il Tosco ed il Lavischio, gli IGT a base Sangiovese e Merlot. Se dovesse finire su un’isola deserta e avesse la possibilità di portare con sé solo 3 vini, Luca non ha dubbi: “Senza fare nomi sceglierei Sangiovese dalla Toscana, Nebbiolo dal Piemonte e Pinot Nero dalla Borgogna”. Non possiamo dargli torto! Luca Belingardi, insieme al nonno, coltiva un grande sogno, che porta nel bicchiere tutto quello che il territorio dona con tanta generosità. .....

  • Bardolino Chiaretto Classico Cantina di Custoza Bardolino Chiaretto Classico Cantina di Custoza

    Degustiamo il Bardolino Chiaretto Classico Cantina di Custoza

    Scritto da 25 novembre 2017

    Il Bardolino Chiaretto Classico Cantina di Custoza è un vino rosato tipico delle colline a sud-est del Lago di Garda, una zona fortemente vocata alla vinicoltura. La Denominazione d’origine controllata del Bardolino designa un tipo di vini che vengono realizzati prevalentemente in provincia di Verona e con determinate tipologie di uve, mentre la dicitura Classico individua una ristretta sotto-zona di produzione, in questo caso quella di Lazise, Cavaion Veronese e Bardolino, per l’appunto. I vitigni utilizzati sono il Corvina, per la maggior parte del totale, oltre che Molinara e Rondinella in porzioni variabili; le uve sono coltivate su terreni di tipo morenico e ciottoloso, con forma di allevamento a pergola veronese. Dopo la vendemmia, i grappoli vengono diraspati e pigiati, quindi è avviata la macerazione a freddo del mosto a contatto con le proprie bucce, che verranno rimosse dopo un breve periodo, affinché le sostanze coloranti vengano cedute al vino in piccola parte (da qui il termine “chiaretto”). Il vino è posto a fermentare in recipienti di acciaio inox a temperatura controllata per tre mesi, al termine dei quali è imbottigliato e fatto affinare brevemente prima di essere commercializzato. Per la realizzazione di questo Bardolino Chiaretto Classico Doc, la Cantina di Custoza è stata insignita della Medaglia di bronzo ai Decanter World Wine Awards del 2017.  Ora è giunto il tempo di versare questo affascinante rosato nel bicchiere e scoprire le sue peculiarità. Bardolino Chiaretto Classico Cantina di Custoza, caratteristiche A un esame visivo, notiamo un colore rosa tenue tipico del Chiaretto, tonalità che si avvicinano all’arancione salmone, con riflessi dorati e ramati, piacevoli allo sguardo; buona la densità del vino, come è riscontrabile dagli archetti che si formano all’interno del calice. Al naso è possibile percepire profumi fruttati, delicati ma avvolgenti, con note di pesca, ciliegia ed altra frutta sotto spirito, oltre che aromi floreali. Assaggiando il Chiaretto scopriremo un vino connotato da freschezza, con punte di acidità ed una buona struttura e bevibilità; il finale è mediamente persistente, caldo e con un retrogusto fruttato. Bardolino Chiaretto Classico Cantina di Custoza, abbinamenti Si abbina molto bene ad antipasti di salumi, ai primi piatti come risotti, ravioli con funghi o fettuccine al tartufo nero, zuppe di pesce e pesce alla griglia, ma si sposa molto bene anche con l’insalata caprese, le carni bianche arrosto o la pizza. Questo vino ha una gradazione alcolica di 12,5% vol, e va stappato appena prima di essere servito; bevetelo fresco, ad una temperatura di servizio di 9-10°C in calici a tulipano e di media ampiezza, in grado di consentire un’adeguata ossigenazione e lo sviluppo degli aromi. Sconsigliato l’invecchiamento in cantina. Non resta che dirvi: “Alla salute!”. .....

  • Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Marconi Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Marconi

    Ti presento il Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Marconi

    Scritto da 18 novembre 2017

    Elegante e versatile, il vino che ci accingiamo a degustare questa settimana è il Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc di Cantine Marconi, un’azienda che ha sede nel Comune di San Marcello, in provincia di Ancona. Il Verdicchio è un vino bianco fra i più noti in Italia e nel mondo, e si ricava dall’omonimo vitigno, coltivato nelle Marche già dal 1600; le aree produttive più note sono quelle dei Castelli di Jesi e di Matelica, nei territori di Ancona e Macerata, entrambe caratterizzate dalla Denominazione d’origine controllata. Il Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Marconi (Corona Reale) è un Verdicchio appartenente alla prima categoria, contraddistinto inoltre dalla dicitura Classico, in quanto realizzato nella più antica area di coltivazione, e cioè in Comuni posti a ridosso del fiume Esino, e Superiore, poiché dotato di una maggiore gradazione alcolica (14% vol) rispetto alla versione base. Il vitigno utilizzato per la realizzazione di questo prodotto è il Verdicchio in purezza, coltivato in vigneti esposti a sud-est, su terreni di tipo argilloso-calcareo. La vendemmia tardiva permette di selezionare i grappoli più maturi (la resa è di 1,5 kg per ceppo), che vengono portati in cantina per essere diraspati e pigiati. La fermentazione avviene in recipienti di acciaio inox a temperatura controllata, in seguito viene svolta la maturazione su fecce nobili sia in acciaio che in botte, per pochi mesi, al fine di donare maggiore corposità al vino. Il Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Marconi Corona Reale è commercializzato con un’originale etichetta realizzata dal pittore marchigiano Alvaro Tonti. Non ci resta che procedere all’analisi organolettica di questo vino: una volta versato in sottili calici a tulipano di media ampiezza, potremo notare un colore giallo paglierino brillante con riflessi dorati, con una buona densità descritta dagli archetti nella parete interna del bicchiere. Al naso percepiremo un bouquet decisamente fresco ed intenso, nel quale spiccano sentori di frutta a polpa bianca come la pesca, e note lievemente agrumate, quindi aromi floreali, di tiglio e piccoli fiori bianchi, nonché di mandorla e vaniglia. Portando il vino alla bocca possiamo coglierne la pienezza, la buona struttura, unite a corpo, armonia e rotondità, ben presenti in questo prodotto dal finale persistente e caratterizzato da note fruttate e di mandorla leggermente amara. Il Verdicchio consente un ampio ventaglio di abbinamenti e la tipologia Classico Superiore, in virtù della maggiore gradazione alcolica, permette di abbinare questo vino anche ai piatti più complessi e succulenti. E’ ottimo con antipasti, piatti vegetariani, verdure, fritti, carni bianche e pesce: il Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Marconi si accompagna egregiamente ad un aperitivo a base di sushi, oppure a primi piatti come il risotto alla marinara, la pasta al pesto o con vongole e zucchine; provatelo anche con crostacei, cozze gratinate, pesce di media taglia al forno con patate o con il pesce spada, sarà un’accoppiata perfetta! Infine questo vino si sposa bene anche con del pollo o del tacchino ben conditi. Ricordatevi di servirlo fresco ad una temperatura di servizio compresa fra i 14 ed i 16°C, e di non conservarlo in cantina per più di cinque anni. Alla salute! .....

  • Chianti DOCG Banfi Chianti DOCG Banfi

    Degustiamo il Chianti DOCG Banfi

    Scritto da 28 ottobre 2017

    Asciutto, brioso e con la giusta acidità: è questo il Chianti DOCG Banfi, il vino che degusteremo insieme per la rubrica “A tavola con il sommelier”. Sicuramente tutti avrete sentito parlare almeno una volta del Chianti, uno dei vini italiani più famosi al mondo: quello che assaggeremo oggi è la versione base di una delle cantine più prestigiose e storiche presenti sul territorio nazionale. La produzione del Chianti a Denominazione d’origine controllata e garantita è consentita all’interno di una precisa area geografica della Toscana, e la tenuta Banfi è situata tra i fiumi Orcia ed Ombrone, nel versante meridionale del Comune di Montalcino (Siena), zona vitivinicola d’intenso e ben noto pregio. Questa bottiglia rispecchia egregiamente la tradizione della terra toscana, nonché il carattere proprio delle produzioni Banfi. I vitigni impiegati per la realizzazione del Chianti DOCG Banfi sono il Sangiovese per il 90% (lo stesso vitigno del Brunello di Montalcino), oltre che porzioni variabili di Cabernet Sauvignon e Canaiolo Nero per il restante 10%. La raccolta delle uve avviene nel mese di settembre, quindi i grappoli selezionati vengono diraspati e messi a macerare e fermentare per circa una settimana; dopo lo svolgimento della fermentazione alcolica e malolattica, il vino è messo a maturare in recipienti d’acciaio per un massimo di 6 mesi. Ora accingiamoci a degustare il Chianti Docg di Banfi, utilizzando possibilmente un calice di tipo Bordeaux, ideale per far risaltare le proprietà organolettiche del prodotto e permetterne l’ossigenazione. Ad un esame visivo possiamo notare un colore rosso rubino profondo, con riflessi violacei che potrebbero variare a seconda dell’invecchiamento della bottiglia; il vino presenta inoltre una discreta densità, come è possibile constatare dagli archetti che si formano oscillando il liquido nella parete interna del bicchiere. L’esame olfattivo regala un intenso e deciso bouquet composto da sentori floreali, come l’iris e la violetta, aromi di frutta (prugna) e leggere sensazioni di cuoio o tabacco. Portando il calice alla bocca scopriremo un vino elegante, asciutto e dotato di una buona acidità, quindi fresco e bevibile. Equilibrato e sufficientemente alcolico per un rosso (13% vol), questo Chianti è contraddistinto da un finale mediamente lungo e persistente, lievemente contraddistinto da sentori fruttati. Il prodotto in oggetto può essere conservato in cantina per consentirne un invecchiamento di alcuni anni, ma può essere anche consumato subito dopo l’acquisto, in quanto di pronta beva. Con cosa abbinare al meglio questo vino, in modo tale da esaltarne le caratteristiche? Il Chianti Docg Banfi si accompagna molto bene a primi piatti con ragù di carne, secondi con carni rosse e selvaggina, oltre che salumi e formaggi stagionati. Mi raccomando di stappare la bottiglia almeno un’ora prima della degustazione, e di servire il vino ad una temperatura di servizio compresa fra i 18 ed i 20°C. Che dirvi ancora… alla salute! .....

  • primo appuntamento quale vino scegliere primo appuntamento quale vino scegliere

    Primo appuntamento, quale vino scegliere?

    Scritto da 20 ottobre 2017

    Nel meraviglioso, insondabile, eterno, ammaliante e roboante mistero dell’amore tra appassionati di vini, esiste un’imperitura incertezza: il primo appuntamento. Cioè, non solo tra appassionati di vini, è così per tutti, ma per gli enocorteggiatori la scelta di cosa bere per far definitivamente capitolare qualcuno pare essere di vitale importanza. Più della ceretta o del profumo perfetto, sì. Tutti la immaginano, tutti la sognano; la prima cena è l’apostrofo succulento tra le parole ce l’ho fatta. E se ai comuni mortali questo momento fa solo sentire le farfalle nello stomaco, gli enocorteggiatori si scervellano per settimane sul vino da abbinare a quelle farfalle. Mamma mia, che fatica. Non bastava traumatizzarsi davanti allo specchio perché quel vestito tira sui fianchi declamando tutti i santi patroni delle borgate in cui sono presenti vigne, no, non bastavano i capelli increspati come dopo una gita all’alba tra i vigneti, no, gli enocorteggiatori soffrono per giorni et giorni ingobbendosi su imponenti guide alla ricerca del vino perfetto per il primo appuntamento. Calmiamoci tutti, coraggio. Respiriamo, su. Lui o lei ha detto sì, come l’uomo del monte, già è una cosa positiva coi tempi di follia dilagante che corrono. Avete deciso dove andare per questo primo appuntamento? Bene, quindi già sapete a grandi linee cosa mangerete di buono e più o meno potete farvi un’idea del vino da scegliere, soprattutto se già conoscete la carta. E questa è una cosa ancora più positiva. Per le dritte generiche, i miei consigli sono una banalissima ma efficace bolla per iniziare. Mollate quelle fisse da champagne, abbiamo il Prosecco e il Franciacorta che ci salveranno l’aperitivo e il volume del gas delle bolle fa sentire prima quel senso di spensieratezza e relax. Per non sbagliare, potete scegliere anche un istrionico Chardonnay, che stimola sempre piacevoli risatine vezzose, come il Gewurztraminer, che vi consentirà di giocare a chi sbaglia prima la pronuncia dopo il secondo calice. Se poi vi piace tantissimo guardarvi e sperimentare emozioni forti, un bianco assolutamente da considerare è il Mare di Benvenuto, un bianchetto intelligente e affascinante da ben 14% fatto da 50% zibibbo e 50% malvasia, quante capriole, ragazzi miei. Sui rossi non ho grandi dubbi: Chianti, Barolo, Syrah e sto. Anche se uno Stupor Mundi di Carbone Vini può essere un compagno di viaggi niente male, l’Aglianico del Vulture poi si sa, fa raccontare tante cose belle. Adesso però scusatemi, sono ripetitiva, lo so, ma non posso non consigliarvi uno dei miei vini da corteggiamento mai più senza: l’Alicante di Cataldo Calabretta, il vino color tramonto, che è una cosetta niente male da potervi giocare verbalmente, vi concedo di copyright dato che lo scopo è giusto. Siete un po’ più rilassati ora? Godetevi la serata, ragazzi, le magie non capitano mica così spesso. Così come i primi appuntamenti. .....

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